penna

Bot l’Affricano

Invito
Opere del tempo coloniale (1934-1940), 22 novembre – 15 dicembre 2024
Salone Amici dell’Arte e Galleria d’arte Moderna Ricci Oddi.

In mostra le opere del periodo “coloniale” di Bot.
L’artista, sempre attratto dalla terra d’Africa, soggiorna a Tripoli nel 1934 e ’40.
Molto attivo lascia una traccia indelebile. Si attiva per partecipare a collettive e personali, per affrescare e dipingere locali della città, per illustrare riviste e giornali. L’Avvenire, quotidiano di Tripoli, lo menziona in alcuni articoli definendolo sempre “artista futurista” per riconoscergli un ruolo di prestigio. A cominciare dal 1934 Bot, al ritorno dall’Africa, partecipa con soggetti africani a mostre coloniali in diverse città d’Italia. I giornali lo descrivono come artista tra i più capaci. Nel tempo: un Bot tradizionale, un Bot futurista, un Bot africanista. Efficace in ogni manifestazione.


locandina della Mostra

un Bot tradizionale

un Bot futurista

un Bot africanista

Pennellate Sull'Affrica. Il piacentino Osvaldo Barbieri detto Bot (Barbieri Osvaldo il Terribile) non si capiva se era un genio o uno schizzato. Aveva fatto di tutto nella vita, ferito in guerra, operaio, scaricatore al porto di Genova, si sposa con la sua Enrica nel 1926 e decide che sarebbe campato d’arte e di niente altro. Tra il 1928 e il 1934 sarà un attivista sfrenato al servizio della causa futurista, organizzando e partecipando a varie mostre ed eventi. Marinetti lo ama e lo odia, non gli piace un certo passatismo con cui Bot contamina le proprie invenzioni. Futuristi addio, nel 1934 avviene qualcosa che gli cambia la vita: parte per la Libia, è l’Africa.

Ora si chiama Naham Ben Abiladi e fa il pittore, l’incisore, fonda una rivista, partecipa a varie mostre, scrive poesie: il mal d’Africa prende anche lui come tanti altri artisti e poeti capitati là. Quando torna definitivamente in Italia nel 1940 è un’altro uomo, e allo scoppio della seconda guerra si ritira in campagna a dipingere paesaggi tristi.
Morirà nel 1958 in fiera povertà. Nel periodo africano, poco prima di tornare in Italia, scrive fra le altre cose Pennellate sull’Affrica (Tripoli, Edizione de “La Fionda”, 1940), con la sua firma africanizzata in copertina e una scritta in arabo che significa “Per/verso la vita”. E’ una raccolta di poesie, e fra queste troviamo il manifesto Affrica–Calore–Sudiciume–Lussuria, dove Bot dice tutto del suo amore: Affrica ti amo.
Ti amo, perché sei terra del rischio, del sacrificio, dell’avventura.
Ti amo, perché ispiri, seduci, uccidi.
Affricani vi amo, perché siete neri, nudi, sudici; come la terra bruciante vi à creati, come natura selvaggia vi ha cresciuti..
Affricani vi invidio, perché non tenete il conto della vostra età, perché nei vostri villaggi non avete le inferriate, i catenacci, le casseforti.
Affricani, vi ammiro, perché combattete con l’arma coraggiosa: la lancia, perché lottate a corpo a corpo, nudi, col Re del deserto..
(dalla poesia Manifesto. Affrica–Calore-Sudiciume–Lussuria, in Pennellate sull’Affrica, Tripoli, 1940; pag. 13).

L’Africa, l’Africa lo aveva preso, chi sa se nel bene o nel male, con amore, senza pietà.