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il Castello di Lisignano – Gazzola

Il Castello di Lisignano sorge nella valle del Luretta, su un lieve rialzo collinare che domina il corso del torrente e controlla la via che collega Gazzola con Agazzano. Le sue pietre antiche si specchiano ancora oggi nelle acque del fossato, come se il tempo avesse deciso di scorrere più lentamente. La tradizione vuole che il nome Lisignano derivi dal latino Licinianus, fondo agricolo appartenuto a un cittadino romano di nome Licinius. Già in epoca romana il luogo era abitato e collegato alle terre fertili del piacentino. Le prime tracce documentarie del castello risalgono al 1203, quando il marchese di Hohenburg, vicario imperiale di Federico II di Svevia, soggiornò tra le sue mura durante una campagna militare nelle valli del Tidone e del Luretta. Da ciò si deduce che la fortificazione doveva essere già costruita, probabilmente tra il XII e il XIII secolo, come presidio difensivo a protezione delle vie commerciali e delle terre piacentine. La sua pianta è rettangolare, con quattro torri cilindriche agli angoli e un ampio fossato alimentato dal torrente –un elemento raro tra i castelli della zona, perché ancora oggi conserva la sua funzionalità idraulica. Un tempo vi si accedeva soltanto tramite ponte levatoio, sollevato durante i periodi di assedio, mentre robuste porte di quercia ne custodivano l’ingresso principale. Nel corso del Medioevo il castello appartenne agli Arcelli, una delle più antiche famiglie piacentine, fedeli agli imperatori e spesso coinvolti nelle lotte tra guelfi e ghibellini. La sua posizione strategica lo rese più volte rifugio e quartier generale per condottieri e signori locali.

I proprietari e le trasformazioni.
Durante il Quattrocento, il castello passò nelle mani di Jacopo e Niccolò Piccinino, noti capitani di ventura al servizio dei Visconti di Milano. Le cronache raccontano che tra queste mura i Piccinino pianificarono diverse campagne militari contro le truppe pontificie e i signori rivali del Ducato di Parma. In seguito, l’edificio venne acquisito dall’Ospedale Grande di Piacenza, che lo amministrò come bene fondiario per il sostentamento delle sue attività caritative. Nel 1634 passò a Giuseppe Rizzalotti, e poi, per linea ereditaria, alla vedova Ortensia Leoni e ai nipoti Melchiorre e don Francesco Leoni, i quali ottennero dal Duca di Parma il titolo comitale nel 1680. I Leoni trasformarono il castello da roccaforte militare a dimora signorile, arricchendolo di sale affrescate e loggiati barocchi. Durante il Settecento, le strutture difensive furono in parte smantellate e l’interno abbellito da affreschi a soggetto prospettico, forse attribuiti alla scuola dei Galli Bibiena, i grandi scenografi del barocco emiliano. Nacquero lo scalone d’onore, le logge doppie sul lato nord-est e un cortile interno che divenne luogo di rappresentanza e di feste di corte. Nel secolo seguente il castello passò ai Nasalli Rocca, famiglia nobile piacentina, e più tardi all’ingegner Maestri, che ne curò la manutenzione e preservò il complesso in ottimo stato. Ancora oggi, la proprietà rimane privata: il castello non è visitabile liberamente, ma in rare occasioni viene aperto per eventi culturali o visite guidate su prenotazione.

Leggende, segreti e modernità.
Ogni castello conserva i suoi segreti e Lisignano non fa eccezione. Nei sotterranei si apre una cella circolare accessibile soltanto da una botola nel soffitto: qui venivano calati i prigionieri, rinchiusi al buio e circondati dall’umidità delle mura di pietra. Le cronache ottocentesche narrano che ancora si possono vedere i segni delle catene incastonate nella roccia. Da questi sotterranei nasce la leggenda del passaggio segreto che collegherebbe Lisignano al vicino Castello di Agazzano, distante circa tre chilometri. Secondo la tradizione popolare, un cunicolo sotterraneo –scavato nel tufo e largo quanto bastava per il passaggio di un uomo a cavallo– permetteva di fuggire in caso d’assedio e garantiva un collegamento sicuro fra le due rocche alleate. Si racconta che durante un’incursione di truppe francesi, una dama di Lisignano, si salvò proprio grazie a quel tunnel fuggendo fino al castello di Agazzano dove trovò rifugio presso i Gandini Scotti. Nessuno ha mai ritrovato il passaggio, ma alcune ricerche condotte nel Novecento nei sotterranei hanno individuato tracce di un cunicolo murato che si addentra nella collina in direzione sud-est: abbastanza per mantenere viva la leggenda. Un’altra curiosità riguarda il suo fossato, tuttora funzionante. È uno dei pochissimi in Emilia-Romagna a conservare la struttura idraulica originaria, alimentata da un piccolo canale derivato dal Luretta. Negli anni Novanta e Duemila furono condotti interventi di restauro conservativo sulle coperture e sulle murature perimetrali, la tutela ha preservato anche il loggiato barocco e le volte affrescate del salone principale. In tempi recenti, la quiete del castello è tornata al centro dell’attenzione pubblica per la battaglia civile dello storico Angelo Del Boca, che si oppose alla costruzione di una pompa di benzina davanti all’antica fortezza, temendo lo scempio del paesaggio storico. La causa, molto discussa, ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di tutelare non solo i monumenti, ma anche il loro contesto ambientale.

Eredità e fascino eterno.
Oggi il Castello di Lisignano appare silenzioso ma non dimenticato. Le sue torri, i mattoni antichi e le finestre ad arco raccontano secoli di guerre, nobiltà, trasformazioni e leggende. È un luogo dove il Medioevo e il Barocco si incontrano, dove la pietra convive con l’acqua, e dove la memoria delle famiglie che lo abitarono continua a vivere nei racconti degli abitanti della Val Luretta. Chi lo osserva da lontano, specie al tramonto, giura di vedere riflessa nell’acqua del fossato una figura in abito bianco: dicono sia la dama di Lisignano, la stessa che fuggì nel passaggio segreto, e che ancora oggi veglia sul castello e sulle sue mura.


Castello di Lisignano di Gazzola, primi ‘900