la Felicità Povera di Sant’Agnese
di Giuseppe Romagnoli
1° parte. -Trattiamo stavolta di una borgata (alla quale per la vastità di caratteristiche sarà necessario dedicare alcune puntate) che, a mio parere, ha in parte conservato, unica tra le numerose che caratterizzavano la città, il suo humus popolaresco, sia per la presenza di diversi locali (che in parte si sono uniformati ad esigenze moderne) sia per la presenza, seppur esigua, di famiglie originarie i cui discendenti hanno deciso, una volta ristrutturate le tante porzioni di case sparse in questa contrada, di tornare a risiedervi. Sant’Agnese era una delle borgate simbolo della piacentinità vernacola: la sua topografia globale non può essere circoscritta alla contrada-madre di via Angelo Genocchi o, in senso più “ghettizzato” della Gariverta, poiché si ramifica in un più articolato contesto urbanistico-edilizio, in un reticolo di vicoli, cantoni, viottoli, non esclusa la contrada collaterale di via X Giugno. Quella borgata insomma sorta sulle antiche aree rurali poi racchiuse nel perimetro delle mura bastionate, costruite in epoca cinquecentesca, agglomeratasi attorno ai nuclei fortificati del “burgus” medievale con prevalenti caratteristiche militari-amministrative, a baluardo difensivo contro le incombenti invasioni barbariche. In questa borgata, ebbero varco di transito i traffici nell’antica Porta Fodesta demolita in epoca antecedente la 1° guerra mondiale, situata nella zona dell’attuale via Sant’Ambrogio nelle adiacenze del canale Fodesta, da cui prese il nome e variamente designata, nel corso dei secoli, come Porta Gariverta, Porta Cremonese. Con ogni probabilità vi era un varco da cui i navigli transitanti sul Po, potevano accedere all’interno della città risalendo il Fodesta che scorreva tra due robuste mura. A causa delle frequenti piene del Po i cui detriti sabbiosi e ghiaiosi la resero impraticabile, essa fu murata da Ranuccio Farnese II° nel 1680 e nei primi decenni dell’800 fu riaperta e riattivata dagli Austriaci che occupavano Piacenza; fu in gran parte demolita nel 1850 e ristrutturata con nuovi dispositivi di difesa, quali il mastio o torrione semicircolare, tutt’ora esistente sul tipo di quello di Borghetto. Infine venne demolita nel 1907. Queste brevi note storiche spiegano perché Sant’Agnese e la più antica comunità borghigiana della Gariverta, siano state per secoli collegate alla vita del Po, alle sue vicissitudini concernenti i traffici ed i commerci portuali del fiume quando era navigabile. La fisionomia topografia dalla seconda metà dell’800 è rimasta in gran parte immutata se si esclude l’abbattimento dell’oratorio di Sant’Agnese da cui la borgata prese il nome. Nel volume Per le vie di Piacenza G. Nasalli Rocca annotava che laggiù dove la strada si biforca presentasi l’oratorio di Sant’Agnese già consorzio dei pescatori che un tempo era nominata della Santa Croce. Gli edifici in gran parte conservano (seppur restaurati) caratteristiche di edilizia rustica spontanea, anche nei rispettivi tracciati vicolari e “cantonali”: si osservi vicolo Bettolino, Cantone Fornace e Cantone del Guazzo. Come è accaduto su tutto lo scacchiere della vecchia città d’entromura, anche Sant’Agnese ha smarrito (un pò meno delle altre) la propria identità etnico-vernacola, lo stesso “spirito di borgata” si è pressoché vanificato, perduto.

la sagra rionale con il palo della cuccagna
Gran parte dei protagonisti di un’età povera e gaia, spensierata e festaiola (quella delle sagre rionali che in Sant’Agnese è stata mantenuta fino a non molti anni fa), sono scomparsi; i vecchi sopravvissuti, persone che quando furono intervistate avevano almeno già superato i settanta, rievocavano quasi accoratamente, l’età della cuccagna, con gli ambiti trofei gastronomici posti in palio fra i più abili, agguerriti, arrampicatori. In quella di Sant’Agnese si riproduceva con varianti a loro modo tipiche, la vita generale piacentina di tanti anni fa, avente per fulcro locali disadorni ed animati delle osterie delle zone situate nella fascia dell’entromura che va da Porta Galera (tratto ex porta Cavallotti e Torricella), Porta Fodesta, Porta Borghetto, Porta Sant’Antonio, frequentate da musicanti rapsodici, pescatori, sabbiaioli, boscaioli, cacciatori di selvaggina, carrettieri, fornaciai, venditori ambulanti, le cui attività si svolgevano in prevalenza sulle sponde e sulle acque del Po. E’ anche la Sant’Agnese delle sagre rionali organizzate e “recitate” (Pirèlu) da intraprendenti promotori, con l’ausilio corale degli abitanti dei paraggi e di altri sobborghi cittadini. Quella Sant’Agnese insomma che come si è detto rammenta tempi di stenti, miseria, precarietà giornaliere, quando non si riusciva a combinare il pranzo con la cena ed il vino (droga dei poveri) rappresentava la bevanda più consona ad attutire i morsi dell’inedia prolungata. Sant’Agnese era dunque una comunità come altre, non meno indigenti e disagiate. L’assenza quasi assoluta di un ceto medio professionale, di una piccola borghesia impiegatizia ed imprenditoriale, ne era il dato sociologico di fondo. I mestieri allora emergenti, pur nella penuria economica, erano quelli dei piccoli artigiani, dei rivenduglioli, dei muratori, dei facchini ferroviari, dei bottegai, dei fornai, dei metalmeccanici, dei bottonieri ecc. In questa comunità composta in parte rimarchevole di sottoproletari, pullulavano personaggi estrosi, commedianti di strada con i rispettivi ruoli burleschi, estrosi, tic comportamentali, singolari “macchiette” che si compiacevano di parodiare,in chiave sceneggiata, per l’altrui spasso, tra uno scudlèi e l’altro, la comune condizione umana. Forse è proprio dal fantasioso lessico santagnesino che è nato il termine commiserevolmente dispregiativo, di “pòsgatt” o, peggio, di “suptòn”, (pesce di specie più infima perché non commestibile) di flagrante metafora pescaiola.
Osterie, Giochi, Pirélu Poeta delle Sagre e Don Scala
2° parte. -Numerosi abitanti “storici” di SANT’Agnese negli anni si trasferirono nella parte nuova della città. Nella borgata giunsero (anni sessanta) numerosi immigrati meridionali, mentre una parte delle famiglie di più consolidata tradizione rimase. Sostanzialmente quindi il suo humus popolaresco perdurò più che in altre borgate e quindi è stato più agevole reperire testimonianze che affondano nei primi del ‘900. Figure di sapido effetto “macchiaiolo”, a cominciare da “Carlòn dal pont”, uomo di Po, possente tritone dalle mani larghe e rudi come pale di remo, che stracarico di fascine di legna delle boschine, era solito transitare, dall’uno all’altro capo, il ponte sul Po. Abitava in Sant’Agnese, spesso faceva irruzione, con gli amici, nei depositi di carbone delle Ferrovie. I poveri in canna, “trid ‘cmè la bulla”, (di poco conto, come il residuo della trebbiatura dei cereali), dovevano pure arrangiarsi per non crepare di fame e di freddo. Quella non era certo l’epoca del consumismo, semmai della sopravvivenza. C’era “testa bianca”, uno della schiatta dei pescatori santagnesini con la moglie Maddalena, venditrice di balìt, una sorta di istituzione sussistenziale per i ragazzi (gli sciuscià del rione, altrimenti detti muclòn) famelici di turno. Ed ancora: Tamagnu, notissimo facchino ferroviario, Garota, venditore di patòna (castagnaccio), sempre alle prese con ragazzini delle elementari dai cui assalti selvaggi doveva difendersi per non “smenarci”, come a volta succedeva, “frutt e capital”. E come non menzionare Pirèlu Favari, animatore di tutte le brigate povere e spensierate, prodigioso verseggiatore e rimaiolo di impeccabile, arguta, vena estemporanea, in schietto vernacolo. Peccato che i suoi versi, quasi sempre declinati a memoria, siano svaniti per sempre nel vento delle occasioni festaiole, mai tradotti sulla pagina. Non c’era sagra, simposio, festeggiamento, convivio di combriccola, riunione di buontemponi, cui non fosse presente. Egli era “il maggiordomo“ delle cuccagne erette nelle sagre settembrine. Pare che cominciasse a declamare fin dalla prima giovinezza. Le rime d’occasione gli sbocciavano dal cuore con strabiliante facilità. Da ragazzo si divertiva a lanciare frizzi e motteggi giocosi ai contemporanei. I versi magari erano un po’ zoppicanti nella metrica, ma le rime, le assonanze erano azzeccate. Bastava che gli mettessero uno sgabello sui cui montare ed erigersi sei o setti palmi al di sopra della ressa degli ascoltatori, perché si sentisse padrone dei propri mezzi espressivi. Dava la stura a spassosissime filastrocche satiriche, a lazzi di umore, a battute di spirito che facevano sbellicare dalle risa amici ed ascoltatori popolani. Nessuno però si offendeva se le sue strofe erano pungenti e caustiche, ben sapendo che lui si prendeva gioco di tutti quelli che gli capitavano a tiro, guardando nello specchio parabolico vizi e difetti del prossimo, con il fustino sferzante della sua inesauribile verve estemporanea. Quando scoppiò la Pertite, Pirèlu fu sepolto sotto un capannone crollato; ne venne liberato dopo ore, subendo diverse lesioni da cui non si riprese mai completamente e dopo un pò di anni la sua vèrve estemporanea tacque per sempre. Tra le osterie più frequentate va ricordata “Fedele” angolo tra via Genocchi e Cantone Camicia; pur ristrutturata, è stata chiusa solo pochi anni fa, mentre è tutt’ora aperta (pur con connotazione diversa) quella della “Camicia”. All’angolo via Benedettine-Melchiorre Gioia c’era l’osteria di “Tri cul”. Il locale gestito nei primi del ‘900 da un certo Achille Ferrari, si guadagnò il successivo pittoresco nome dai coniugi che subentrarono nella conduzione dell’esercizio. Infatti a detta del popolino, assommando le loro natiche, avrebbero appunto formati tri cull. Altri affermavano che il nome provenisse dalla gestione di tre sorelle. Ai posteri..

veduta di una delle vecchie osterie a case di Rocco
Ed ancora Cifò, la Cinèla, Boeri, quasi tutti attrezzati con cucina e gioco delle bocce; numerose osterie avevano solo mescita di vino. Ne ricordiamo i nomi: Venùtu (nei pressi dell’ex albergo Piacenza, l’osteria del Giglio (o ‘dla Nena) a metà di via Genocchi, la “Cavamacìa, in via x Giugno e la celeberrima Caròsa che sorgeva non presso l’attuale sede, ma dove venne collocato poi il deposito di De Monti, proprio di fronte. La Caròsa, pur modificandosi nel tempo e trasformata in frequentatissima trattoria, è rimasta praticamente il solo punto di riferimento dell’intera borgata. In via Gregorio X, sorse con il Fascismo il dopolavoro “Michele Bianchi” dove, tra l’altro, si organizzavano gite sociali e varie scampagnate in diverse località della Provincia. Picnic alla “scartassa”, grandi bevute, esibizioni di fantasisti (ne ricorderemo alcuni tra i più famosi), canti corali accompagnati dalla fisarmonica, chitarra e mandolino. “Andare verso il popolo” era il motto del regime che, in fatto di folclore populista, aveva immaginazione totalitaria. Tuttavia le sagre di quartiere non le aveva abolite, ben sapendo che il popolo, oltre al tozzo di pane, ha bisogni di svaghi, secondo il vecchio motto latino “panem et circenses”. Quindi lo lasciava sfogare nei suoi giochi di tradizione, come la cuccagna, la rottura delle pentole, la corsa nei sacchi, il bacio della Taitù, la gara della pastasciutta ecc. Era inoltre l’epoca in cui agli inni prorompenti nelle adunate di piazza (Giovinezza, Fischia il sasso), facevano da contrappunto le languide melodie sentimentali di Andrea Bixio: “Così piange Pierrot”, “Lucciole vagabonde”, “La canzone dell’amore”, “Parlami d’amore Mariù”, “Portami tante rose”, “Il tango della capinera”, tutte canzoni che, con le romanze d’opera, si intonavano all’osteria. Scomparse chiese ed oratori, è rimasta solo Santa Maria in Gariverto: una chiesa che fu simbolo di povertà, giacché si dice tutt’ora che “la Gariverta la fa beìn al Domm”, forse perché nei secoli dopo il Mille era tributaria della Cattedrale. Qui operò per quasi quarant’anni, dal ’32 al ’70, mons. Riccardo Scala popolarissimo parroco di Sant’Agnese, perché fu povero tra i poveri, ascoltato da tutti, credenti e non. Il parroco appariva, anche per la sua statura eccezionale, un personaggio anomalo quando si insediò in Gariverto. Gli abitanti di Sant’Agnese cominciarono a rendersi conto che quel prete spilungone non si dava arie di superiorità fisica e mentale; era invece una persona di sentimenti miti, affabili, ricca di slanci generosi. Anche i più convinti anticlericali si convinsero che quel “panaròn” di genere ottocentesco, era invece un uomo umile e povero, conduceva un’esistenza sobria, ascetica, convivendo con i più poveri le poche cose di cui poteva disporre. La sala parrocchiale con il cinema “Don Bosco” attirò nugoli di bambini, finché scoppiò la guerra. Don Scala perse tutto, ossia il piccolo e povero patrimonio della parrocchia. Una bomba lasciata cadere da “Pippo” (l’aereo inglese che compiva ogni notte voli su città e provincia) devastò la canonica, spazzando via le casupole che l’attorniavano. Scampato per miracolo allo sfacelo, Don Scala rimase con i soli abiti che aveva indosso; ridiventò ancora più povero e spoglio; la gente umile si commosse al suo dramma, portandogli chi un indumento, chi qualche fazzoletto, chi un paio di lenzuola, qualche coperta e suppellettili. Il parroco mite e buono, restò un’altra volta provato quando i fascisti fucilarono suo nipote, Don Borea che collaborava con la resistenza partigiana ad Obolo di cui era parroco. Le sofferenze fisiche e morali resero ancora più popolare nella comunità santagnesina la sua figura umana. Lui si rimboccò le maniche, dando avvio alla faticosa ricostruzione del cinema, ricavando un ampio cortile per i gioco dei bambini e dei giovani della borgata, sistemando le strutture del caseggiato frantumato dalle bombe. Nel 1970 si ritirò a vita privata (una foto lo ritrae con don Serafino suo curato prima che assumesse la direzione della Madonna della Bomba). Al suo posto don Giovanni Zanelli che conosceva bene l’ambiente parrocchiale avendovi trascorso un decennio in qualità di curato.
Altre Notizie, Fatti, Figure e la Montagnola
3° parte. -La complessa topografia di Sant’Agnese non può essere circoscritta alla contrada di via Angelo Genocchi o alle vie circostanti l’ex Porta Fodesta. Altre strade come via Dogana, e soprattutto quella miscellanea di viuzze in salita e discesa, come via Montagnola (dal nome per la strada in salita), Filanda, Buffalari o Santa Monica (da una chiesa, poi demolita), hanno caratterizzato con i loro abitanti la vita della zona per tutto il ‘900. I nomi delle vie sono emblematici: la Filanda per la presenza di un grande filatoio per la seta attivo fino alla metà dell’800; vicolo Buffalari perché un tempo vi si allogavano i bufali usati per trascinare le barche; erano più avvezzi a muoversi nel fango. Qui per molti anni, all’inizio della via, funzionò a pieno regime una “casa chiusa” dove generazioni di piacentini iniziarono il loro tirocinio virile in epoche meno prodighe di liberali rapporti di coppia. Se questi rioni hanno mantenuto quasi intatto l’assetto urbanistico improntato da piccole casette allineate una di fianco all’altra, sono stati invece modificati nella loro struttura socio-economica, nell’humus umano che li rese tanto somiglianti ad altre borgate indigenti della città come Cantarana, Borghetto o Porta Galera. Se oggi la maggior parte di queste abitazioni è stata faticosamente ristrutturata dalle famiglie che vi risiedono attraverso sacrifici per renderle all’interno decorose, funzionali, espressione di una migliorata condizione di vita, un tempo esse offrivano invece riparo ad una pittoresca “corte” umana: non solo pescatori, carrettieri, facchini, ma anche gente che “viveva alla giornata”, “arrangiandosi”, accontentandosi di guadagnare pochi quattrini per acquistare il vino che in taluni casi diveniva quasi l’unico alimento di sostentamento del corpo. Fra le figure che molti anziani ricordavano, emergevano per peculiarità ed estrosità di vita, due donne, “la Stalèra” e la “Savarèina”, sicuramente non due campionesse del femminismo “ante litteram”, ma certo due figure che per tratti fisici e morali, per gli aneddoti di vita, colpiscono ancora oggi la fantasia di un cronista. E’ un dato di fatto che, alla luce di un’indagine sociologica, condizioni di vita come queste ci spingerebbero a parlare di indigenza, abbruttimento, miseria, tratti cari più alla penna di uno scrittore naturalista che a quella di un ricercatore di “colore locale”. Ma si sa: il tempo tende a cancellare i ricordi dolorosi ammantandoli di una patina romantica, immaginosa, sentimentale nelle reminiscenze, anche quando la realtà dei fatti era invece di povertà ed ignoranza. La “Stalera” (Savina) abitava in via della Montagnola e si era guadagnata questo soprannome, che mantenne anche dopo sposata con un muratore di nome Ludovico, per l’attività dei genitori che possedevano una stalla nella quale lavorava anche la ragazza. Questa attività se non ne aveva accentuato tratti e grazie femminee, ne aveva però notevolmente sviluppato la complessione fisica e la forza; le sue braccia muscolose, la notevole altezza, il gran ciuffo di capelli, le conferivano un aspetto che incuteva timore ed un certo rispetto anche agli uomini. Ma ahimè un così imponente fisico esigenza molte calorie che la “Stalèra” ricercava soprattutto nel vino. Già al mattino presto la si poteva trovare nelle osterie della zona con il suo scodellino di vino rosso a discutere tranquillamente con altri avventori sul tempo o a far pettegolezzi sulla gente della borgata. Intanto le ore passavano, la sete aumentava e la donna sovente dimenticava i suoi doveri domestici.

la Muntà di Ratt allagata
Poi quasi all’ora di pranzo si alzava barcollando e correva (si fa per dire) a preparare la minestra per il marito che tornava dal lavoro, cibo che regolarmente si presentava quasi immangiabile, con le verdure e la pasta semicruda, difetti che la “Stalèra” imputava regolarmente alla cattiva qualità della merce. Per lungo tempo, per indicare un cibo non ben cucinato si diceva “Te fatt ‘l mnestra a la Stalèra!”. Sua degna compagna era una coinquilina la “Savarèina”, gran bevitrice e fiutatrice di tabacco (come del resto molte donne allora), di aspetto fisico piuttosto sgradevole tanto che avrebbe ben figurato in una ipotetica Corte dei Miracoli della zona. I capelli scarmigliati, un occhio socchiuso, l’andatura goffa, resa ancor più precaria dagli onnipresenti fumi dell’alcool, le numerose ammaccature provocate dal compagno Moreno che sbrigativamente la buttava in cantina quando tornava ubriaca, la facevano assomigliare ad una di quelle streghe a cavalcioni di una scopa come ci ha tramandato la fantasia popolare fin dal tempo del medioevo. Per questo possiamo però rispolverare l’umorismo pirandelliano: prima reazione una risata, ma poi subentra la riflessione; dobbiamo tenere presente che allora era un’epoca dove già era difficile guadagnare di che vivere ed il vino era l’unica via di fuga a buon mercato da una realtà sovente intollerabile. Altra figura caratteristica era Cechìnu al sopp, uomo affabile, cordiale, sempre pronto a rendersi utile, per niente condizionato dalla sua infermità, anzi pieno di vita, buontempone, arguto e gioviale soprattutto con i bambini della zona. A causa del suo handicap, viveva con gli aiuti del fratello, ma sempre in modo dignitoso, senza essere scortese, limitandosi a qualche bevuta in compagnia. Insomma la Montagnola (come ci ha raccontato Tòrino Gelati che vi era nato e di cui abbiamo già scritto), era una specie di ghetto gestito all’insegna di un austero matriarcato. C’era la Lena detta “la baulèra”, moglie di Gismònd, esperto fabbricante di bauli, la Delòn che vendeva vinello schietto a 5 cent. allo scodellino nell’osteria d’angolo, la Pìrléina titolare di una mini-rivendita di pane e pasta, La Tanìn anziana “botonera”, la Giona e ‘l cicchett (aggettivo di importazione meneghina che sta per cicchetto di allusione bacchica). In subordine alle “grandes dames che amministravano mentalità e costumi della Montagnola c’erano i sudditi maschi, sommessi e vulnerabili come Geremia ‘l ballòn, ‘l Magnanìn che aggiustava pentole, padelle, tegami, stagnandoli con la fiamma a gas e molti altri personaggi di una gremita e formicolante cronaca divenuta poi leggenda “spicciola” del passato remoto.
via Dogana e Paraggi
4° parte. -Via Dogana (ora Giordano Bruno), non si discosta molto dagli altri rioni della borgata. La strada è caratterizzata dalla presenza delle mura che racchiudono Palazzo Madama, per lungo tempo sede delle carceri giudiziarie, chiamate anche “Ca’ Tondi” il cui nome, si dice, derivava da una famiglia, i Tondi, che tra Otto e Novecento abitava presso il carcere e svolgeva per tradizione, di padre in figlio, servizi connessi alla casa di pena. L’edificio è così chiamato perché residenza di Madama Margherita de’ Medici, costruito laddove sorgeva il lazzaretto abbandonato dopo la peste del 1630. Fu poi destinato verso la fine del ’700 a Dogana e quindi, dopo l’Unità d’Italia, trasformato in carcere; oggi è sede degli uffici della Procura della Repubblica. Nella parte opposta al complesso, in fondo alla via, sorge la chiesa delle Benedettine costruita nella seconda metà del secolo XVII, con la grande e suggestiva cupola ricoperta di rame che da secoli domina la zona con la sua armoniosa struttura. La grandiosità di questi due monumenti, con in più Palazzo Landi sede del Tribunale, la chiesa di San Lorenzo e quella di Sant’Eustacchio, offre un “tocco d’arte” e di storia ad una via prevalentemente popolata da un ceto in maggioranza proletario. Anche qui non mancavano personaggi estrosi e caratteristici che animavano, con la loro presenza, il palcoscenico del rione, noto in città anche per la presenza del canile municipale di via Buffalari condotto per molti anni da Domenico Uber e da Telesforo Volpari discendente da una lunga generazione di “masa càn”. Guitto indiscusso su tutti “Cicòn” (…), un uomo che, pur avendo la possibilità di condurre un’esistenza dignitosa e decorosa (era di famiglia discretamente benestante), aveva sposato con la libertà più sfrenatamente anarchica, l’ozio ed il vino, o meglio il rifiuto completo e totale di ogni attività continuata nel tempo. Viveva adattandosi a piccoli lavoretti, rendendosi utile in vari servigi e spendeva tutti i pochi guadagni all’osteria, unica costante sua fissa dimora. Sua “abitazione” per la notte, un carretto depositato dentro un ampio portico di via Giordano Bruno. Di carattere fiero ed estroverso, non tollerava nessun rimprovero, né imposizione. Una sera, ricordavano gli anziani, mentre era all’osteria, considerata l’ora tarda, la locandiera lo invitò a rientrare a casa con lei e dormire almeno fuori dalla porta, al coperto. Di fronte a questa “imposizione” Cicòn rifiutò adattandosi a rifugiarsi contro il portone della chiesa delle Benedettine, nonostante fosse in atto una fissa nevicata. Al mattino, credendolo congelato così avvolto nel tabarro coperto di neve, alcuni passanti lo scorsero. Cicòn risvegliatosi, li tranquillizzò sorprendendosi per le loro preoccupazioni e si avviò rapidamente all’osteria per riscaldarsi con un litro. Di solito l’inverno lo trascorreva nel vicino carcere dove andava a scontare la pena per qualche furtarello. Vi erano però altri personaggi estrosi nella via: Gerra, venditore ambulante di giornali, Secondo eclettico oste che gestiva la mescita all’angolo con via Gregorio X° (dentro, sul retro di questo palazzo, abitava mia nonna Angela), la Maria che continuò per anni a cucinare per il marito già morto da tempo, credendolo in prigione. Ogni giorno si presentava con la sua “sbobba” davanti al portone del carcere per consegnarla al marito ed i secondini, impietositi anche dalle condizioni mentali della donna, si prestavano al gioco, ritiravano la minestra che poi buttavano nei rifiuti. Anche allora la famosa Ca’ Tondi presentava sicuramente una realtà ben diversa dall’attuale: dentro non vi erano rinchiusi pericolosi soggetti.

muro del carcere in via Giordano Bruno allora via Dogana
Erano per lo più ladri di polli, vagabondi che vivevano di piccoli furtarelli, persone tanto indigenti che commettevano lievi reati per poter trascorrervi l’inverno. La zona però, nel 1943 (precisamente martedì 7 dicembre), fu teatro di un duplice omicidio che sconvolse gli abitanti del rione, un episodio a lungo fisso nella memoria di tutti. La stampa del tempo (La Scure, di giovedì 9 dicembre) diede risalto al fatto di sangue, anche se le versioni presentate furono piuttosto contraddittorie. Così il cronista:” Martedì sera verso le venti, un ragazzetto mentre transitava in via Dogana n. 8 s’accorgeva che la saracinesca del negozio per la vendita di Sali e tabacchi, con banco d’assaggio per il vino, era sollevata e l’interno illuminato. Ritenendo che l’esercizio fosse aperto, entrava e trovava il proprietario immerso in un lago di sangue. Nel retrobottega la moglie Carolina Lombardi di 70 anni uccisa con un colpo d’accetta. I ladri, dopo avere rovistato, hanno asportato denari, oggetti d’oro, sigarette, carta bollata e valori”. Il giorno dopo il quotidiano riportava invece che i due coniugi erano morti per soffocamento e che gli assassini dovevano avere una certa familiarità con le vittime perché erano entrati dal retrobottega di solito usato solo come passaggio. Nei giorni seguenti più nessuna notizia inerente il delitto. Queste contraddizioni, questo successivo silenzio stampa, si potrebbe spiegare con il fatto, riportato da testimonianze, che fra le mani del morto era stato rinvenuto un bottone della divisa della milizia fascista che, in quel periodo, era subentrata ai secondini nella sorveglianza delle carceri. Il delitto, sia per la rarità dell’evento, sia perché le vittime erano conosciutissime e ben volute da tutta la gente della borgata, suscitò grande costernazione ed indignazione. I colpevoli non vennero mai rintracciati. Ma le testimonianze di quel variegato mondo non si esauriscono qui: Demetria Volpari, la “Cinèi”, anziana fruttivendola di via della Ferma, angolo via Melchiorre Gioia, ricordava tanti protagonisti di quella borgata. Sulla piazzetta c’era Pipèi Milanesi, falegname con alla dipendenza diversi operai. Fu socialista di forte fede proletaria, stimato dalla classe operaia della borgata, soprattutto dai paesani di Mortizza dove si recava per riunioni presso la “Casa del popolo”, dove ci furono scontri con lo squadrismo negli anni ’20. C’era l’osteria di Camminati, fratello di “Gilè, quello della balera in Cittadella (ne abbiamo già trattato), dove c’era pure la sala cinematografica Eden” all’epoca dei muti, con le comiche di Ridolini e del popolarissimo cow-boy Tom Mix. Dietro la piazzetta della Dogana c’era l’orto dei Campelli. Uno dei figli, Nino, dopo il soldato a Napoli, sposò una ragazza del posto ed al suo ritorno aprì il Bar Campelli di Piazza Borgo. In piazzetta Dogana, ad onta dei tempi, c’è rimasto il “pompèi”, come ricordare l’esistenza che sgocciola via, come una generazione dopo l’altra che è passata. Sant’Agnese è cambiata ed anche i ricordi, pian piano se ne vanno, come tanti protagonisti di quest’era povera, ma felice.
