una Trasformazione Urbana mai Realizzata
da Borgotrebbia-Tobruk a Borgo Barbiellini
di Stefano Beretta
di Stefano Beretta
Con l’avvento della seconda guerra mondiale, il protrarsi nel tempo della stessa (il governo italiano aveva ipotizzato una guerra lampo e combattuta solo su territori stranieri) e con l’enorme esborso di capitali per poterla affrontare, alcuni comparti produttivi dovettero rallentare se non addirittura sospendere i propri lavori a discapito dell’industria bellica; uno di questi era quello dell’edilizia pubblica. Precedentemente, durante il decennio dal 1929 al 1940 ci fu un vero e proprio boom dell’edilizia pubblica, nei paesi e nelle città ci si adoperava per avere costruzioni più appariscenti ed in linea con i nuovi dettami architettonici del partito (da questi sono nati i movimenti dell’architettura “Razionalista”, “Metafisica del Novecento” ed il “Neoclassicismo Semplificato”). In questa sorta di corsa all’ammodernamento urbanistico, gli architetti (molti dei quali erano giovani e attratti da questi ideali di rinnovamento) si dovettero cimentare non solo con gli edifici adibiti ad uso amministrativo e gestionale, ma anche con le costruzioni progettate per ospitare gli alloggi popolari. Tutto andava preparato per accogliere i cittadini che dovevano popolare le zone bonificate dal governo e i nuovi quartieri che si andavano a formare. Anche i luoghi abitati già esistenti andavano bonificati, non da paludi o sterpaglie ma, dai vecchi edifici giudicati dall’allora vigente movimento politico "fatiscenti”. E fu così che il “piccone demolitore del partito” si abbattè su casupole ed edifici secolari; molte volte migliorando lo skyline cittadino ed altre invece cancellando per sempre antiche testimonianze architettoniche. Vennero così per tali motivazioni, creati gli istituti destinati alla costruzione delle case popolari, a Piacenza si ricorda l’i.n.c.i.s.(istituto nazionale case impiegati statali e comunali) che operò soprattutto nella zona di Piazzale Roma, l’Istituto case popolari (I.C.P o I.A.C.P.) che realizzò gli edifici di Via Capra, le Case Minime del quartiere San Giuseppe, il Tigrai e il quartiere Regina Margherita. Verso la fine degli anni ’30 un altro ente affiancò quelli già esistenti e fu denominato I.F.A.C.P. (istituto fascista autonomo case popolare); in città con il patrocinio di questa sigla venne bonificata la zona di Cantarana ed eretto il complesso dei palazzi denominati “Costanzo Ciano” nel 1939. Non vennero invece mai realizzati un paio di progetti redatti da architetti importanti e che dovevano andare a modificare le zone di via Benedettine, a cura di Ulisse Arata e di Borgotrebbia ad opera di Pietro Berzolla.
Uno di questi disegni mi ha particolarmente incuriosito perché riguardava il quartiere natio di Borgotrebbia; il nuovo progetto, doveva svilupparsi attorno ad alcuni edifici già esistenti ed ubicati in via Trebbia, arteria principale del Borgo. Un idea grandiosa per non dire “faraonica”, che se realizzata avrebbe portato il territorio di Borgo Marchini a lambire fino quasi ad unirsi, a quello di Sant’Antonio a Trebbia. D’altronde l’unica via di espansione possibile per l’abitato era a ovest, altrimenti chiusa da confini antropici: a sud dalla ferrovia per il Piemonte, a nord i fiumi con le relative arginature e a est le zone militari, il vallo e le mura cittadine. Borgo Marchini era l’altra denominazione con la quale veniva indicato il quartiere, si ispirava chiaramente al nome del suo fondatore, il Ten. Pietro Marchini. Militare reduce delle guerre Italo-Turche e della 1° guerra mondiale, il Marchini decise di impiantare sui suoi terreni del quartiere una fornace per la produzione di laterizi. Oltre alla fabbrica volle costruire anche alcune abitazioni per i suoi dipendenti; queste case erano fatte con i materiali di seconda qualità prodotti dalla fornace, con mattoni crudi e poca malta, i soffitti realizzati con travi e cantinelle di legno. Una volta terminate, queste semplici costruzioni potevano vagamente ricordare quelle viste dal tenente in Africa, durante la sua permanenza in Libia nella città di Tobruch.
Uno di questi disegni mi ha particolarmente incuriosito perché riguardava il quartiere natio di Borgotrebbia; il nuovo progetto, doveva svilupparsi attorno ad alcuni edifici già esistenti ed ubicati in via Trebbia, arteria principale del Borgo. Un idea grandiosa per non dire “faraonica”, che se realizzata avrebbe portato il territorio di Borgo Marchini a lambire fino quasi ad unirsi, a quello di Sant’Antonio a Trebbia. D’altronde l’unica via di espansione possibile per l’abitato era a ovest, altrimenti chiusa da confini antropici: a sud dalla ferrovia per il Piemonte, a nord i fiumi con le relative arginature e a est le zone militari, il vallo e le mura cittadine. Borgo Marchini era l’altra denominazione con la quale veniva indicato il quartiere, si ispirava chiaramente al nome del suo fondatore, il Ten. Pietro Marchini. Militare reduce delle guerre Italo-Turche e della 1° guerra mondiale, il Marchini decise di impiantare sui suoi terreni del quartiere una fornace per la produzione di laterizi. Oltre alla fabbrica volle costruire anche alcune abitazioni per i suoi dipendenti; queste case erano fatte con i materiali di seconda qualità prodotti dalla fornace, con mattoni crudi e poca malta, i soffitti realizzati con travi e cantinelle di legno. Una volta terminate, queste semplici costruzioni potevano vagamente ricordare quelle viste dal tenente in Africa, durante la sua permanenza in Libia nella città di Tobruch.
progetto berzolla nuova chiesa,
con canonica ed edifici ad uso del ministero pastorale
Ritornando al progetto di Pietro Berzolla, nonostante le ricerche effettuate poche sono le notizie ritrovate perciò, non sarò in grado di fornire precisi dettagli architettonici e nemmeno è dato a sapere se esiste una vera e propria planimetria dove questi siano indicati; per approfondire questo scritto mi sono dunque basato sulla personale conoscenza di questo territorio e sull’unica immagine reperibile. Trattasi di una foto pubblicata, sia sulla biografia “Pietro Berzolla architetto in Piacenza” del 2018 a cura di Benito Dodi, che sul secondo volume della collana “Piacenza una città nel tempo” di Mori e Galeazzi con l’apporto fotografico dell’archivio storico dello studio Croce; su quest’ultimo supporto la fotografia appare più grande e nitida e mi sono permesso di utilizzare questa. Per potere datare con un minimo di precisione tale disegno, si consideri il fatto che il partito al potere e le istituzioni nel periodo del “ventennio” erano favorevolmente propensi a dedicare le nuove strade o addirittura interi quartieri agli eroi delle guerre, siano questi caduti in battaglia o noti per essersi distinti durante i combattimenti. Per tale scopo erano anche presi in considerazione fatti o luoghi riconducibili a famose battaglie sostenute dal regio esercito; esempi locali sono il condominio Tigrai (richiama la prima guerra d’africa) del 1933-34, il quartiere dedicato a Costanzo Ciano (medaglia d’oro e d’argento al valore militare per azioni eroiche durante la prima guerra mondiale) del 1939, anche Tobruk (le prime case sono databili tra il 1912-1915) ci riporta a ricordi della guerra Italo-Turca.
Probabilmente il disegno del Berzolla riprende un altro suo progetto del 1936-37, quello della chiesa dei Santi Angeli Custodi che all’epoca venne solo parzialmente portato a termine. E’ anche altresì plausibile che l’I.F.A.C.P. chiese all’architetto una bozza per la riqualificazione e ampliamento di quello che sarebbe diventato, con l’aggiunta dei nuovi requisiti architettonici richiesti, un classico quartiere cittadino. Il tutto da dedicare all’ultimo (e con illustri trascorsi piacentini) martire di una guerra appena cominciata: il Conte Bernardo Barbiellini Amidei. La figura dell’ex Podestà di Piacenza era da poco stata rivalutata dai vertici del P.N.F., dal quale era stato estromesso nel 1929 per aver avuto dissensi politici con personaggi del calibro di Giuseppe Bottai e Augusto Turati. Il capitano Barbiellini Amidei era già stato decorato per atti valorosi durante la prima guerra mondiale (i postumi delle ferite alle gambe riportate al fronte, rimasero evidenti per tutta la sua vita), aveva avuto il merito di essere tra i fondatori dei fasci squadristi di Piacenza nel 1921 e aver portato a termine diversi buoni programmi nella nostra città durante il suo mandato in Municipio; tutto questo non poteva essere stato dimenticato dal Duce. Il riavvicinamento alla causa nazionale del Barbiellini lo si può intuire anche dal fatto che, dopo anni di lavoro defilato quasi esiliato e lontano dalle lotte politiche del partito, ormai ultraquarantenne e parzialmente invalido volle arruolarsi come volontario nella nuova guerra. Con il grado di Tenente Colonnello l’Amidei partì per il fronte Greco-Albanese, dove trovò la morte il 7 novembre 1940 nella zona di Kallibaki (oggi Kalpaki, Grecia nord occidentale); per questo motivo un anno dopo la sua scomparsa gli venne conferita alla memoria la medaglia d’oro al valor militare.
Probabilmente il disegno del Berzolla riprende un altro suo progetto del 1936-37, quello della chiesa dei Santi Angeli Custodi che all’epoca venne solo parzialmente portato a termine. E’ anche altresì plausibile che l’I.F.A.C.P. chiese all’architetto una bozza per la riqualificazione e ampliamento di quello che sarebbe diventato, con l’aggiunta dei nuovi requisiti architettonici richiesti, un classico quartiere cittadino. Il tutto da dedicare all’ultimo (e con illustri trascorsi piacentini) martire di una guerra appena cominciata: il Conte Bernardo Barbiellini Amidei. La figura dell’ex Podestà di Piacenza era da poco stata rivalutata dai vertici del P.N.F., dal quale era stato estromesso nel 1929 per aver avuto dissensi politici con personaggi del calibro di Giuseppe Bottai e Augusto Turati. Il capitano Barbiellini Amidei era già stato decorato per atti valorosi durante la prima guerra mondiale (i postumi delle ferite alle gambe riportate al fronte, rimasero evidenti per tutta la sua vita), aveva avuto il merito di essere tra i fondatori dei fasci squadristi di Piacenza nel 1921 e aver portato a termine diversi buoni programmi nella nostra città durante il suo mandato in Municipio; tutto questo non poteva essere stato dimenticato dal Duce. Il riavvicinamento alla causa nazionale del Barbiellini lo si può intuire anche dal fatto che, dopo anni di lavoro defilato quasi esiliato e lontano dalle lotte politiche del partito, ormai ultraquarantenne e parzialmente invalido volle arruolarsi come volontario nella nuova guerra. Con il grado di Tenente Colonnello l’Amidei partì per il fronte Greco-Albanese, dove trovò la morte il 7 novembre 1940 nella zona di Kallibaki (oggi Kalpaki, Grecia nord occidentale); per questo motivo un anno dopo la sua scomparsa gli venne conferita alla memoria la medaglia d’oro al valor militare.

l'arch. Berzolla segnava in rosso le modifiche per la nuova chiesa,
dietro alla quale si vedono parte dei latifondi
Tutto questo ci riporta alla fotografia dell’archivio Croce e al progetto chiamato: “Quartiere Semirurale in Borgo Barbiellini Piacenza”; come si accennava precedentemente a nessun militare sarebbe stato dedicato un quartiere con piazza e monumento in suo onore, se non dopo la sua dipartita terrena o dopo essersi coperto di onori e gloria. Quindi dopo tutto questo ragionamento, la datazione del disegno Berzolla si può far risalire al biennio ‘41-‘43 e cioè il lasso di tempo trascorso tra la concessione delle onorificenze in onore del B. Amidei e l’estate del 1943, data questa che segnò lo scioglimento del P.N.F. e il ridimensionamento di gran parte delle sue istituzioni (comprese anche quelle con sigle riconducibili agli enti per l’edilizia pubblica). Osservando il progetto del nuovo quartiere si nota di come nella parte sud dell’abitato, dovesse sorgere una strada denominata “nuova circonvallazione”, tracciata appena di fianco alla ferrovia Torino-Piacenza-Bologna; questa arteria doveva intersecarsi per mezzo di passaggi a livello con via Trebbia a est prima di via XXI Aprile ed a ovest prima del Canale Diversivo Ovest (il Canale della Fame), creando così un anello di scorrimento tutto attorno all’abitato e abbastanza lontano dalla via Emilia Pavese. A tagliare in due il quartiere doveva sorgere un'altra grande strada, oggi riconducibile da est a ovest alle viuzze: Bardonezza, Tidoncello e Gualdora, sarebbe potuto essere un viale per il passeggio o per il traffico leggero infatti doveva congiungere la piazza con la scuola del quartiere.
Nel disegno dell’architetto, che è impostato come una veduta aerea sopra all’abitato, sono numerate le nuove costruzioni che dovevano originarsi nel borgo; in una legenda sulla parte destra, sono presenti anche le denominazioni dei singoli progetti. Sulla cartolina, in un riquadro in alto a sinistra è rappresentata in particolare un’abitazione, così l’architetto immaginava dovessero essere tutte quelle da farsi ex novo. Due piani fuori terra con ingresso comune e un piano interrato per le cantine, gli appartamenti per ogni mini condominio dovevano essere almeno quattro, si nota anche tanto “verde” con orti e giardini da coltivare tra un edificio e l’altro; sono numerose le abitazioni ancora presenti nel quartiere e costruite dai proprietari finita la guerra, che richiamano strutturalmente, quelle ideate dall’architetto pontenurese. Nell’immagine riprodotta, si possono osservare anche alcune delle proprietà del Marchini; al centro proprio di fronte alla chiesa, c’è la casa padronale (ancora esistente ma modificata nel corso degli anni) attorniata da un folto parco. Nella tenuta erano presenti anche le stalle ed un frutteto, alberi di castagno, noci e pino. Altra struttura molto importante per il centro abitato, era la fornace che nel progetto si può notare con una ciminiera fumante, nella parte in alto sulla destra, ancora esistente oggi nella sua cubatura esterna primitiva ma modificata internamente per ospitare tante piccole attività artigiane. Dalla fornace partiva un binario che passava dietro alla chiesa ed arrivava vicino alle zone golenali, qui nel terreno venivano scavate grosse voragini (chiamati i “bùzon ‘d Marchini”) per estrarre l’argilla ed attingere l’acqua per la produzione dei laterizi, i materiali venivano caricati sui vagoncini trainati da una motrice che ripercorrendo la strada ferrata rientrava in azienda.
Nel disegno dell’architetto, che è impostato come una veduta aerea sopra all’abitato, sono numerate le nuove costruzioni che dovevano originarsi nel borgo; in una legenda sulla parte destra, sono presenti anche le denominazioni dei singoli progetti. Sulla cartolina, in un riquadro in alto a sinistra è rappresentata in particolare un’abitazione, così l’architetto immaginava dovessero essere tutte quelle da farsi ex novo. Due piani fuori terra con ingresso comune e un piano interrato per le cantine, gli appartamenti per ogni mini condominio dovevano essere almeno quattro, si nota anche tanto “verde” con orti e giardini da coltivare tra un edificio e l’altro; sono numerose le abitazioni ancora presenti nel quartiere e costruite dai proprietari finita la guerra, che richiamano strutturalmente, quelle ideate dall’architetto pontenurese. Nell’immagine riprodotta, si possono osservare anche alcune delle proprietà del Marchini; al centro proprio di fronte alla chiesa, c’è la casa padronale (ancora esistente ma modificata nel corso degli anni) attorniata da un folto parco. Nella tenuta erano presenti anche le stalle ed un frutteto, alberi di castagno, noci e pino. Altra struttura molto importante per il centro abitato, era la fornace che nel progetto si può notare con una ciminiera fumante, nella parte in alto sulla destra, ancora esistente oggi nella sua cubatura esterna primitiva ma modificata internamente per ospitare tante piccole attività artigiane. Dalla fornace partiva un binario che passava dietro alla chiesa ed arrivava vicino alle zone golenali, qui nel terreno venivano scavate grosse voragini (chiamati i “bùzon ‘d Marchini”) per estrarre l’argilla ed attingere l’acqua per la produzione dei laterizi, i materiali venivano caricati sui vagoncini trainati da una motrice che ripercorrendo la strada ferrata rientrava in azienda.

progetto quartiere semirurale borgo barbiellini
istituto fascista autonomo case popolari
Scorriamo dunque sul progetto, quali erano i sette dettagli numerati che l’arch. Berzolla voleva modificare o costruire ex-novo nel quartiere:
1) Educatorio maschile B. Barbiellini. Era già esistente un edificio chiamato G.I.L. precedente alla data del progetto, dove si effettuavano tutte le pratiche che il partito prevedeva per questo tipo di strutture: tesseramento ai vari organismi, formazione atletica e spirituale dei ragazzi, manifestazioni per il sabato fascista ecc. L’architetto portò a termine la struttura incompleta ed aggiunse un grande fabbricato da adibire a teatrino, cinema e sala riunioni.
2) Scuola Comunale e monumento a Barbiellini. Purtroppo la scuola a Borgotrebbia venne realizzata solo nel 1945 appena finita la guerra, su interessamento di don G. Mezzadri primo parroco della nuova chiesa. Il prete propose al comune di utilizzare alcuni locali dell’ex G.I.L. da adibire ad aule per l’insegnamento e la proposta fu accolta. L’asilo e la scuola elementare come le vediamo oggi, furono completati alla fine degli anni ’60.
3) Colonie Agricole. Grandi appezzamenti di terreno coltivabili da ricavare nelle aree golenali, oggi corrispondenti a via Mezzanini e Strada dell’Aguzzafame. Erano questi territori di proprietà degli ospizi civili (come tanti altre zone tra l’abitato ed i fiumi) che venivano dati in affitto a fattori agricoli o a famiglie numerose. Qui l’architetto doveva intervenire sia sulle strutture abitative che lavorative; non si hanno notizie certe di progetti portati a termine.
4) Chiesa degli Angeli. A questo progetto il Berzolla aveva già lavorato nel biennio 1936-37, la semplice chiesetta poi dedicata ai Santi Angeli Custodi, era stata edificata con una sola navata. L’architetto però l’aveva progettata a 3 navate con l’aggiunta della sacrestia e del centro parrocchiale. Il progetto fu ripreso più volte nel corso degli anni a venire, fino a vedere il suo compimento a metà anni ’60 grazie anche a sovvenzioni del Vaticano; vale la pena approfondire brevemente questa ultima citazione, perché ha un valore per così dire “storico”. A Borgotrebbia nella zona denominata Camposanto Vecchio, nei secoli scorsi avevano fatto costruire un bel palazzo con annessa tenuta agricola, la nobile famiglia piacentina dei Radini Tedeschi. Nel 1905 Giacomo Radini Tedeschi (Pc. 1857-Bg. 1914), venne nominato vescovo di Bergamo, in quel periodo il segretario personale del presule piacentino era don Angelo Roncalli che nel 1958 venne eletto al Soglio Pontificio, Giovanni XXIII il Papa Buono. Sicuramente durante l’episcopato bergamasco, Mons. Radini Tedeschi si recò nella tenuta di famiglia nella campagna piacentina ed fra gli accompagnatori c’era anche il suo segretario personale. Questa storia giunse anche alle orecchie del nuovo parroco di Borgotrebbia don A. Berzolla, che poco tempo dopo dell’elezione di Papa Roncalli iniziò a tempestare di missive l’ufficio papale fino a che le sue suppliche vennero accolte dal Pontefice, che ricordatosi dei suoi trascorsi nella frazione piacentina, si adoperò per farvi arrivare circa 9 milioni di lire (Obolo di San Pietro) per ristrutturare e completare la chiesa.
5) Lavanderia e campo stenditorio. Doveva essere un servizio supplementare ad uso della comunità delle nuove palazzine, che come le zone lavanderia non furono mai edificate.
6) Centro del nuovo quartiere. Con una bella piazza ed una nuova strada che l’avrebbe congiunta alla scuola Barbiellini se solo questa fosse stata costruita; ma per far ciò si sarebbero però dovute spianare molte delle vecchie casette risalenti ai tempi della fondazione di Tobruk (post. guerra d’Africa 1913-14), forse il punto 6 fu tralasciato anche per questo motivo.
7) Campo dei giuochi e deposito attrezzi. Doveva sorgere all’estrema zona ovest del quartiere. Un moderno campo giochi con annesso campetto da calcio e skate-pattinodromo, fu costruito qualche decennio dopo in via Trebbia (di fronte al nuovo asilo) ed ancora oggi adibito a quell’uso. Si chiude con una curiosità questo scritto, evidenziando che sul progetto nella zona contrassegnata con il numero 7, oggi si trova la via dedicata al grande architetto piacentino. L’amministrazione politica ha voluto così ricordare Pietro Berzolla, con una piccola via secondaria ed in un centro abitato un po’ fuori mano. Ma è convinzione dello scrivente che se fosse possibile scambiare due parole con l’anima dell’urbanista, quest’ultimo non ne sarebbe dispiaciuto, visto il grande impegno profuso per rendere più vivibile e moderno il nostro quartiere. (testo dalla rivista l'Urtiga per gentile concessione di LIR edizioni).
1) Educatorio maschile B. Barbiellini. Era già esistente un edificio chiamato G.I.L. precedente alla data del progetto, dove si effettuavano tutte le pratiche che il partito prevedeva per questo tipo di strutture: tesseramento ai vari organismi, formazione atletica e spirituale dei ragazzi, manifestazioni per il sabato fascista ecc. L’architetto portò a termine la struttura incompleta ed aggiunse un grande fabbricato da adibire a teatrino, cinema e sala riunioni.
2) Scuola Comunale e monumento a Barbiellini. Purtroppo la scuola a Borgotrebbia venne realizzata solo nel 1945 appena finita la guerra, su interessamento di don G. Mezzadri primo parroco della nuova chiesa. Il prete propose al comune di utilizzare alcuni locali dell’ex G.I.L. da adibire ad aule per l’insegnamento e la proposta fu accolta. L’asilo e la scuola elementare come le vediamo oggi, furono completati alla fine degli anni ’60.
3) Colonie Agricole. Grandi appezzamenti di terreno coltivabili da ricavare nelle aree golenali, oggi corrispondenti a via Mezzanini e Strada dell’Aguzzafame. Erano questi territori di proprietà degli ospizi civili (come tanti altre zone tra l’abitato ed i fiumi) che venivano dati in affitto a fattori agricoli o a famiglie numerose. Qui l’architetto doveva intervenire sia sulle strutture abitative che lavorative; non si hanno notizie certe di progetti portati a termine.
4) Chiesa degli Angeli. A questo progetto il Berzolla aveva già lavorato nel biennio 1936-37, la semplice chiesetta poi dedicata ai Santi Angeli Custodi, era stata edificata con una sola navata. L’architetto però l’aveva progettata a 3 navate con l’aggiunta della sacrestia e del centro parrocchiale. Il progetto fu ripreso più volte nel corso degli anni a venire, fino a vedere il suo compimento a metà anni ’60 grazie anche a sovvenzioni del Vaticano; vale la pena approfondire brevemente questa ultima citazione, perché ha un valore per così dire “storico”. A Borgotrebbia nella zona denominata Camposanto Vecchio, nei secoli scorsi avevano fatto costruire un bel palazzo con annessa tenuta agricola, la nobile famiglia piacentina dei Radini Tedeschi. Nel 1905 Giacomo Radini Tedeschi (Pc. 1857-Bg. 1914), venne nominato vescovo di Bergamo, in quel periodo il segretario personale del presule piacentino era don Angelo Roncalli che nel 1958 venne eletto al Soglio Pontificio, Giovanni XXIII il Papa Buono. Sicuramente durante l’episcopato bergamasco, Mons. Radini Tedeschi si recò nella tenuta di famiglia nella campagna piacentina ed fra gli accompagnatori c’era anche il suo segretario personale. Questa storia giunse anche alle orecchie del nuovo parroco di Borgotrebbia don A. Berzolla, che poco tempo dopo dell’elezione di Papa Roncalli iniziò a tempestare di missive l’ufficio papale fino a che le sue suppliche vennero accolte dal Pontefice, che ricordatosi dei suoi trascorsi nella frazione piacentina, si adoperò per farvi arrivare circa 9 milioni di lire (Obolo di San Pietro) per ristrutturare e completare la chiesa.
5) Lavanderia e campo stenditorio. Doveva essere un servizio supplementare ad uso della comunità delle nuove palazzine, che come le zone lavanderia non furono mai edificate.
6) Centro del nuovo quartiere. Con una bella piazza ed una nuova strada che l’avrebbe congiunta alla scuola Barbiellini se solo questa fosse stata costruita; ma per far ciò si sarebbero però dovute spianare molte delle vecchie casette risalenti ai tempi della fondazione di Tobruk (post. guerra d’Africa 1913-14), forse il punto 6 fu tralasciato anche per questo motivo.
7) Campo dei giuochi e deposito attrezzi. Doveva sorgere all’estrema zona ovest del quartiere. Un moderno campo giochi con annesso campetto da calcio e skate-pattinodromo, fu costruito qualche decennio dopo in via Trebbia (di fronte al nuovo asilo) ed ancora oggi adibito a quell’uso. Si chiude con una curiosità questo scritto, evidenziando che sul progetto nella zona contrassegnata con il numero 7, oggi si trova la via dedicata al grande architetto piacentino. L’amministrazione politica ha voluto così ricordare Pietro Berzolla, con una piccola via secondaria ed in un centro abitato un po’ fuori mano. Ma è convinzione dello scrivente che se fosse possibile scambiare due parole con l’anima dell’urbanista, quest’ultimo non ne sarebbe dispiaciuto, visto il grande impegno profuso per rendere più vivibile e moderno il nostro quartiere. (testo dalla rivista l'Urtiga per gentile concessione di LIR edizioni).
