Vento di Montagna
di Fausto Gliozzi
GAEP(1) era una parola misteriosa, che richiamava alla mente cose da grandi, come del resto da grandi era quel giornale privo di interesse che si chiamava Vento di Montagna. Infatti era un foglio ciclostilato senza figure e anche quell’unico fregio con due o tre fiori in croce era sempre lo stesso. Comunque a noi non interessava e non riuscivamo assolutamente a collegare tutta questa attività che ci pareva seriosa con l’aspetto ludico del fare gite in montagna. D’altra parte anche il fatto di andare a camminare era una cosa che avveniva senza nessuna spiegazione perché i bambini da che mondo è mondo vanno dove li portano le mamme e noi a volte lo imparavamo come all’improvviso. Ci svegliavamo che era ancora scuro e dal letto vedevamo la mamma che armeggiava in cucina preparando i panini da portare per la colazione sui prati. Poi, ancora assonnati, ci vestivamo con calzettoni di lana, maglioni pesanti, scarponi da montagna rimediati da qualche parte e ci avviavamo al pullman che ci attendeva in piazza. E qui cominciava a salire anche una moltitudine di persone “vecchie”, ma allegre, tutte rigorosamente equipaggiate con calzoni alla zuava, calzettoni, scarponi, giacche a vento e così via. Con lo stesso abbigliamento vedevo arrivare anche lo zio e la zia. -Lo zio e la zia quando vanno in montagna si mettono lo zaino- avevo scritto una volta in uno dei pensierini che ci venivano assegnati a scuola. Doveva essere qualche esercizio che sponsorizzava la lettera zeta, ma effettivamente per noi i due erano la montagna per antonomasia. Infatti le loro escursioni avvenivano con frequenza e la nonna, che restava a casa, non era molto precisa quando le domandavamo dove fossero andati. “In montagna” diceva e perciò ai nostri occhi la montagna era quasi un’astrazione, quasi una figura geometrica, e più precisamente un triangolo con una cima aguzza. Mi domandavo come facessero a stare in piedi quando arrivavano sulla vetta, se era così aguzza, e talvolta mi preoccupavo per la loro incolumità, convinto come ero che la punta avrebbe potuto addirittura forare la suola dei loro scarponi.

La sosta a Piazzale Genova era altrettanto incomprensibile, come le ovazioni in onore del presidente “che abbiamo”(2) (traduzione letterale in lingua italiana dal dialetto piacentino). Inutile dire che per noi bambini tutto quel gridare, cantare e far casino erano una manna dal cielo, un divertimento assicurato e quel “che abbiamo” veniva stranamente percepito dandogli un significato completamente distorto e irriverente, come del resto “il presidente” era solo lui, il signor Stoto, uomo altissimo e molto serio senz’altro consapevole dell’importanza della sua carica. Quello che non riuscivo a capire era come fosse possibile che da qualche parte ci fosse anche un certo Gronchi che aveva la pretesa di essere lui il presidente. Altro mistero mai risolto. E poi finalmente, dopo le dovute soste per consentire l’espulsione di quello che non riuscivamo a trattenere nello stomaco, sbatacchiati come eravamo dalla strada tortuosa e piena di polvere, eccoci a Fontanarossa. Fu quella la prima di una serie di uscite nei prati, dove una sterminata popolazione di narcisi pareva aspettare solo di essere raccolta. Così ci sguinzagliavamo tutt’intorno e come cavallette ne raccoglievamo con foga quanti più potevamo, tanto che a sera la fragranza dei bellissimi fiori invadeva l’intero autobus e all’arrivo ce li dividevamo non a mazzi, ma a interi fasci. Una volta a casa venivano provvisoriamente immersi nella vasca da bagno e la mattina successiva la mamma li disponeva con cura nei vasi.

prato fiorito di narcisi a Fontanarossa
Ogni stanza allora sembrava più allegra e luminosa e durava così per vari giorni, anche se i fiori che man mano appassivano venivano logicamente gettati via e i vasi tornavano gradualmente negli armadi. C’erano anche le genziane, bellissime ma più rare. Finivano in vaschette basse e larghe che a noi sembravano fatte proprio e solo per quello. Non sempre però le nostre escursioni erano rallegrate dal bel tempo. A volte, giunti alla meta si trovava vento freddo e pioggia, i sentieri erano paludi fangose e noi venivamo trattenuti al guinzaglio per evitare che ci bagnassimo tanto da buscarci un malanno. Uno dei problemi che sentivo di più in quei giorni particolari era la mancanza di altri bambini della mia età, mi rendeva malinconico quel cielo grigio, costretto com’ero a passare il più della giornata chiuso in qualche trattoria mentre i grandi indugiavano a tavola chiacchierando, scherzando e cantando. Una volta nonostante il cattivo tempo la giornata fu molto divertente. Eravamo a Mareto, località che, per via del suo nome, mi faceva pensare a ben altri paesaggi che non a quello montano, e dopo il pranzo vennero spostati tutti i tavoli per permettere ai presenti di ballare. Fu molto buffo vedere tutte quelle persone serie, quelle che ci dicevano di stare fermi e zitti il più delle volte, mettersi a saltellare e a schiamazzare seguendo il ritmo di motivetti allegri. Una signora attirava la nostra attenzione per l’abilità con cui si faceva largo muovendo adeguatamente il voluminoso fondo schiena e spostando i malcapitati ballerini che si trovavano malauguratamente sulla sua traiettoria, e rideva, rideva divertita con il suo compagno di danze, vincendo tutte le sfide che in seguito altre coppie le avevano lanciato. Chi prendeva addirittura la rincorsa rimbalzava sulle morbide natiche senza farsi male e riprendeva la danza tuffandosi di nuovo nel vortice, mentre la signora, malgrado gli occhialini da presbite le scivolassero pericolosamente quasi al di là della punta del naso, continuava trionfante come se niente fosse successo. Quella sera, usciti dalla trattoria ci avviammo al pullman che attendeva a qualche centinaio di metri. La luce del giorno si stava attenuando e fu solo quando il mezzo era già in moto che la mamma si accorse che ci eravamo dimenticati gli impermeabili. In realtà noi eravamo quasi contenti perché erano proprio brutti, di nylon e oltre a fare quel fastidiosissimo rumore, un continuo strofinìo che ci accompagnava a ogni passo, non ci avvolgevano dandoci una sensazione di tepore, ma per tenere caldo dovevano essere indossati al di sopra del cappotto ed erano pieni di spigoli nelle pieghe.
Lo zio si offrì di andare a recuperarli, scese di corsa dall’autobus e disse all’autista di aspettare perché sarebbe ritornato di lì a poco. Come venimmo a sapere dopo un bel po’ di tempo, aveva deciso di tagliare per i campi, anziché seguire la strada sterrata. Di quell’occasione rimase famosa la frase con cui si scusò quando, bagnato fradicio e infangato, riuscì finalmente a raggiungere l’automezzo dove tutti lo attendevano preoccupati per la lunga assenza: “A sum caschè in d’un büs tamme un urs!”(3).
La famosa Marcia Longa, che dovette poi cambiare nome per le proteste dei Fiemmani, timorosi di chissà quali contraccolpi al loro fiorente turismo, diventando così la Lunga Marcia in Val Nure, che ancor oggi richiama alla mente la leggendaria impresa del Grande Timoniere, Presidente Mao Tse Tung, nacque quando eravamo già quasi grandi, nello stesso periodo in cui la Dogana, detta anche Caserma da mia nonna, la quale probabilmente mai la vide, cominciava a essere ricostruita per divenire un rifugio e un luogo d’incontro per gli appassionati della montagna.
Lo zio si offrì di andare a recuperarli, scese di corsa dall’autobus e disse all’autista di aspettare perché sarebbe ritornato di lì a poco. Come venimmo a sapere dopo un bel po’ di tempo, aveva deciso di tagliare per i campi, anziché seguire la strada sterrata. Di quell’occasione rimase famosa la frase con cui si scusò quando, bagnato fradicio e infangato, riuscì finalmente a raggiungere l’automezzo dove tutti lo attendevano preoccupati per la lunga assenza: “A sum caschè in d’un büs tamme un urs!”(3).
La famosa Marcia Longa, che dovette poi cambiare nome per le proteste dei Fiemmani, timorosi di chissà quali contraccolpi al loro fiorente turismo, diventando così la Lunga Marcia in Val Nure, che ancor oggi richiama alla mente la leggendaria impresa del Grande Timoniere, Presidente Mao Tse Tung, nacque quando eravamo già quasi grandi, nello stesso periodo in cui la Dogana, detta anche Caserma da mia nonna, la quale probabilmente mai la vide, cominciava a essere ricostruita per divenire un rifugio e un luogo d’incontro per gli appassionati della montagna.

veduta di Mareto-Farini d’Olmo
Non so a quante di queste manifestazioni “non competitive” partecipai. Di sicuro a tre, anche se a volte lo zio mi ha regalato indebitamente qualche medaglia che gli era avanzata, senza naturalmente dimenticare gli altri fratelli (speriamo che per questo non lo accusino di nepotismo, perché con i tempi che corrono non si sa mai). Effettivamente di medaglie ne ho diverse e anche di ricordi, che però sono tutti rimescolati fra loro. Giornate di sole, di pioggia dirotta, a volte salite sul Carevolo con la neve turbinante che va negli occhi, mentre il fango scivoloso ci costringe a salire a forza di braccia aggrappandoci agli alberi che fortunatamente crescono lungo l’ultimo tratto del pendio, i radioamatori, i medici e gli infermieri del soccorso, un poveretto che muore d’infarto dopo aver portato sulle spalle il nipotino per un bel tratto di salita, i controlli ai passaggi della Cappelletta e del Cerro con le donne pazienti e servizievoli che ci versano il tè, il brodo di carne all’arrivo, le imprecazioni del Dante contro quelli che la marcia se la bruciano di corsa in due o tre ore, o contro il maltempo, o contro i fuori strada e i motocross, o contro.. E ogni anno c’è un po’ di gente nuova, ci sono i bambini di ieri che portano nuovi bambini, c’è chi non viene più perché non ne ha più voglia e purtroppo c’è anche chi non ne ha più la forza o proprio non c’è più, ma in fondo è bello rivedersi, magari anche se si soffre un po’ pensando ai tempi migliori, perché dopo tutto è anche questo un modo per riviverli.
1-Gep-Gruppo Alpinisti Escursionisti Piacentini.
2-Che Abbiamo-In dialetto piacentino si dice “ca g’um”.
La pronuncia è uguale a quella di “cagùm”, che invece significa “caghiamo”.
3-A sum caschè in d’un büs tamme un urs!-Sono caduto in un buco come un orso
1-Gep-Gruppo Alpinisti Escursionisti Piacentini.
2-Che Abbiamo-In dialetto piacentino si dice “ca g’um”.
La pronuncia è uguale a quella di “cagùm”, che invece significa “caghiamo”.
3-A sum caschè in d’un büs tamme un urs!-Sono caduto in un buco come un orso
