la Sforzesca di Castell'Arquato
la villa di caccia che racconta cinque secoli di storia
Nella regione situata tra l’Arda e il Chiavenna si erge una delle più antiche residenze di caccia del territorio piacentino. Costruita nel Quattrocento per volere degli Sforza di Santa Fiora, la Sforzesca fungeva da dimora signorile, centro agricolo e sede amministrativa di una vasta tenuta. Pur essendo situata a distanza dalle architetture più rinomate del borgo medievale di Castell’Arquato, la campagna conserva un edificio in grado di narrare una storia altrettanto affascinante. Si tratta della Sforzesca di Sant’Antonio, antica residenza collocata al centro di un territorio verdeggiante, ricco di risorse idriche, boschi e vigneti. La sua storia si estende per oltre cinque secoli e coinvolge alcune importanti famiglie aristocratiche: dagli Sforza di Santa Fiora ai marchesi Mischi, dai Lucca ai Verani, fino ai conti Manfredi. Tuttavia, la Sforzesca non rappresentava unicamente una villa destinata al riposo o alla caccia. Essa costituiva, soprattutto, il fulcro di una vasta proprietà agricola, comprendente poderi, mulini, abitazioni per i lavoratori, granai, stalle e boschi.

veduta con mulino a pietra del ‘400 alimentato ad acqua
Le origini. Bosio Sforza e la costituzione della tenuta. La storia ha inizio nel dicembre del 1466, quando Bosio Sforza, conte di Cotignola e di Santa Fiora e fratello minore di Francesco Sforza, primo duca di Milano, ricevette l’investitura dei territori di Varzi e Castell’Arquato. Il feudo arquatese rivestiva una notevole importanza politica e militare, in quanto comprendeva l’alta Val d’Arda e l’alta Val Chiavenna. Pochi anni più tardi, nel 1472, Bosio l’acquistò in località Costa Orzata, nei pressi dell’antica chiesa di Sant’Antonio, si estendeva su un podere di circa quattrocento pertiche, equivalenti a una trentina di ettari, al quale furono successivamente aggiunti ulteriori terreni. La proprietà comprendeva già alcune strutture edilizie: una casa in muratura con copertura in coppi, un cortile dotato di forno e una cascina. È probabile che questo rappresentasse il primo nucleo del centro aziendale sul quale sarebbe stata successivamente edificata la Sforzesca.
La residenza originaria non presentava dimensioni monumentali. Si componeva di due ampi locali al piano terra, due al piano superiore, un solaio, una scala in muratura, una cantina e alcuni ambienti voltati. Era destinata all’utilizzo come casa di caccia, favorita dalla vicinanza del vasto bosco denominato “Boscone”, ricco di selvaggina. Attraverso successivi acquisti di campi, prati e zone boscate, Bosio riuscì a costituire una proprietà estesa per migliaia di pertiche: una vera e propria tenuta organizzata, nella quale la dimora signorile conviveva con le attività agricole.
Un progetto rinascimentale mai realizzato. Dopo alterne vicende legate alle guerre d’Italia e alla temporanea dominazione francese del Ducato di Milano, gli Sforza riacquisirono il possesso di Castell’Arquato e della Sforzesca nel 1512. Nel corso del Cinquecento, la tenuta attraversò complesse vicende ereditarie. Un ruolo di rilievo fu svolto da Costanza Farnese, consorte di Bosio II Sforza e figlia di Papa Paolo III, che riuscì a recuperare la piena proprietà e a trasmetterla al figlio Sforza di Santa Fiora. Nel 1558, quest’ultimo progettò la ricostruzione e l’ampliamento della residenza secondo i canoni estetici del tempo.
I documenti testimoniano la progettazione di “logie che andreanno d’intorno a detta fabrica con suoi piloni”. Il progetto prevedeva dunque loggiati con colonne e sale voltate, secondo un modello pienamente rinascimentale. Tuttavia, l’intervento non venne realizzato, probabilmente a causa dei numerosi impegni militari e politici del committente. Il fallimento di questo ambizioso progetto conferisce alla Sforzesca un particolare interesse, in quanto l’impianto attuale, almeno nel suo nucleo principale, sembra conservare la struttura della residenza tardomedievale eretta alla fine del Quattrocento.
Da dimora di caccia a luogo signorile e ragguardevole. Una preziosa descrizione della tenuta risale al 29 novembre 1703. In una lettera, il conte Girolamo Trevani definiva la Sforzesca una proprietà “considerabile”, caratterizzata da terreni di eccellente qualità e da una favorevole disponibilità idrica. La tenuta comprendeva un mulino, cascine, abitazioni per i massari disposte intorno a un ampio cortile, granai, ambienti di servizio e un torrione con quattro camere riservate al proprietario. Trevani descriveva questi edifici come un luogo “signorile e ragguardevole”. L’abbondanza delle acque, la vicinanza dell’Arda e la presenza dei boschi rendevano inoltre la zona particolarmente idonea alla caccia. Intorno alla villa si estendevano vigneti, prati, aree boscate e paesi collegati da strade secondarie, alcune delle quali sono ancora percorribili. Un grande cabreo del 1725, ossia una mappa illustrata della proprietà, raffigura con notevole precisione i terreni della Sforzesca, il rio Riazzo, la Torre Gazzola, i boschi, le strade dirette verso Vigolo Marchese e Piacenza, nonché numerosi piccoli edifici rurali. La successiva mappa del catasto ducale del 1821 consente invece di ricostruire l’evoluzione della villa e delle sue pertinenze.
La signoria degli Sforza su Castell’Arquato cessò nel 1707. Nel corso del XVIII secolo, la Sforzesca fu acquisita dal Marchese Benedetto Mischi, eminente magistrato e Primo Ministro del Duca Francesco Farnese. I Mischi, marchesi di Costamezzana, mantennero la proprietà per oltre un secolo. Dopo il decesso del Marchese Benedetto II nel 1808, la tenuta fu progressivamente suddivisa. Nel 1818, un terzo della Sforzesca fu acquistato dal Canonico Don Sante Lucca e dal fratello Luigi, appartenenti a una facoltosa famiglia di Fiorenzuola d’Arda, originaria di Salsomaggiore Terme. Nel 1863, Luigi Lucca acquisì anche i restanti due terzi. La proprietà passò quindi a Maria Lucca, consorte del proprietario terriero Paolo Verani, e successivamente al figlio Pasquale Verani. La figlia Elena sposò nel 1924 il Conte Giuseppe Salvatore Manfredi. Ai loro discendenti appartiene tuttora il podere. L’aspetto attuale della Sforzesca è il risultato di numerosi adattamenti. La costruzione presenta una pianta complessivamente a forma di T: il corpo principale, sviluppato su due piani oltre al sottotetto, è affiancato sul lato occidentale da un lungo edificio di altezza inferiore.
Negli anni Trenta del XX secolo, il Conte Giuseppe Salvatore Manfredi, appassionato di architettura, promosse un’estesa campagna di restauri. All’interno della corte nobile, fu realizzato un giardino all’italiana e fu eretta una torretta dotata di bifore e monofore. Sulla facciata meridionale furono installate una meridiana e l’iscrizione: “La Sforzesca restaurata Anno Domini MCMXXXII”. Diversi elementi decorativi, apparentemente antichi, risalgono in realtà a questa fase novecentesca, quali le cornici ogivali delle finestre e il fregio geometrico alla base del fronte settentrionale. Anche le inferriate settecentesche furono acquisite sul mercato antiquario e successivamente integrate nell’edificio. Più antica, invece, è una decorazione pittorica tardo cinquecentesca o, più probabilmente, della seconda metà del Quattrocento, composta da ritratti di profilo inseriti entro medaglioni e dalla figura di una sirena. Una porzione del fregio fu staccata nel Novecento ed è attualmente conservata in una collezione privata. La sua composizione richiama la cultura artistica della Milano sforzesca, nella quale il ritratto di profilo all’antica era particolarmente apprezzato.
La residenza originaria non presentava dimensioni monumentali. Si componeva di due ampi locali al piano terra, due al piano superiore, un solaio, una scala in muratura, una cantina e alcuni ambienti voltati. Era destinata all’utilizzo come casa di caccia, favorita dalla vicinanza del vasto bosco denominato “Boscone”, ricco di selvaggina. Attraverso successivi acquisti di campi, prati e zone boscate, Bosio riuscì a costituire una proprietà estesa per migliaia di pertiche: una vera e propria tenuta organizzata, nella quale la dimora signorile conviveva con le attività agricole.
Un progetto rinascimentale mai realizzato. Dopo alterne vicende legate alle guerre d’Italia e alla temporanea dominazione francese del Ducato di Milano, gli Sforza riacquisirono il possesso di Castell’Arquato e della Sforzesca nel 1512. Nel corso del Cinquecento, la tenuta attraversò complesse vicende ereditarie. Un ruolo di rilievo fu svolto da Costanza Farnese, consorte di Bosio II Sforza e figlia di Papa Paolo III, che riuscì a recuperare la piena proprietà e a trasmetterla al figlio Sforza di Santa Fiora. Nel 1558, quest’ultimo progettò la ricostruzione e l’ampliamento della residenza secondo i canoni estetici del tempo.
I documenti testimoniano la progettazione di “logie che andreanno d’intorno a detta fabrica con suoi piloni”. Il progetto prevedeva dunque loggiati con colonne e sale voltate, secondo un modello pienamente rinascimentale. Tuttavia, l’intervento non venne realizzato, probabilmente a causa dei numerosi impegni militari e politici del committente. Il fallimento di questo ambizioso progetto conferisce alla Sforzesca un particolare interesse, in quanto l’impianto attuale, almeno nel suo nucleo principale, sembra conservare la struttura della residenza tardomedievale eretta alla fine del Quattrocento.
Da dimora di caccia a luogo signorile e ragguardevole. Una preziosa descrizione della tenuta risale al 29 novembre 1703. In una lettera, il conte Girolamo Trevani definiva la Sforzesca una proprietà “considerabile”, caratterizzata da terreni di eccellente qualità e da una favorevole disponibilità idrica. La tenuta comprendeva un mulino, cascine, abitazioni per i massari disposte intorno a un ampio cortile, granai, ambienti di servizio e un torrione con quattro camere riservate al proprietario. Trevani descriveva questi edifici come un luogo “signorile e ragguardevole”. L’abbondanza delle acque, la vicinanza dell’Arda e la presenza dei boschi rendevano inoltre la zona particolarmente idonea alla caccia. Intorno alla villa si estendevano vigneti, prati, aree boscate e paesi collegati da strade secondarie, alcune delle quali sono ancora percorribili. Un grande cabreo del 1725, ossia una mappa illustrata della proprietà, raffigura con notevole precisione i terreni della Sforzesca, il rio Riazzo, la Torre Gazzola, i boschi, le strade dirette verso Vigolo Marchese e Piacenza, nonché numerosi piccoli edifici rurali. La successiva mappa del catasto ducale del 1821 consente invece di ricostruire l’evoluzione della villa e delle sue pertinenze.
La signoria degli Sforza su Castell’Arquato cessò nel 1707. Nel corso del XVIII secolo, la Sforzesca fu acquisita dal Marchese Benedetto Mischi, eminente magistrato e Primo Ministro del Duca Francesco Farnese. I Mischi, marchesi di Costamezzana, mantennero la proprietà per oltre un secolo. Dopo il decesso del Marchese Benedetto II nel 1808, la tenuta fu progressivamente suddivisa. Nel 1818, un terzo della Sforzesca fu acquistato dal Canonico Don Sante Lucca e dal fratello Luigi, appartenenti a una facoltosa famiglia di Fiorenzuola d’Arda, originaria di Salsomaggiore Terme. Nel 1863, Luigi Lucca acquisì anche i restanti due terzi. La proprietà passò quindi a Maria Lucca, consorte del proprietario terriero Paolo Verani, e successivamente al figlio Pasquale Verani. La figlia Elena sposò nel 1924 il Conte Giuseppe Salvatore Manfredi. Ai loro discendenti appartiene tuttora il podere. L’aspetto attuale della Sforzesca è il risultato di numerosi adattamenti. La costruzione presenta una pianta complessivamente a forma di T: il corpo principale, sviluppato su due piani oltre al sottotetto, è affiancato sul lato occidentale da un lungo edificio di altezza inferiore.
Negli anni Trenta del XX secolo, il Conte Giuseppe Salvatore Manfredi, appassionato di architettura, promosse un’estesa campagna di restauri. All’interno della corte nobile, fu realizzato un giardino all’italiana e fu eretta una torretta dotata di bifore e monofore. Sulla facciata meridionale furono installate una meridiana e l’iscrizione: “La Sforzesca restaurata Anno Domini MCMXXXII”. Diversi elementi decorativi, apparentemente antichi, risalgono in realtà a questa fase novecentesca, quali le cornici ogivali delle finestre e il fregio geometrico alla base del fronte settentrionale. Anche le inferriate settecentesche furono acquisite sul mercato antiquario e successivamente integrate nell’edificio. Più antica, invece, è una decorazione pittorica tardo cinquecentesca o, più probabilmente, della seconda metà del Quattrocento, composta da ritratti di profilo inseriti entro medaglioni e dalla figura di una sirena. Una porzione del fregio fu staccata nel Novecento ed è attualmente conservata in una collezione privata. La sua composizione richiama la cultura artistica della Milano sforzesca, nella quale il ritratto di profilo all’antica era particolarmente apprezzato.

veduta artistica del 1908
Il giardino e la campagna. Il lungo viale di tigli costituisce ancora oggi l’asse visivo principale di accesso alla villa. Intorno all’edificio si alternano la corte d’onore, il giardino formale e la campagna coltivata. Non si conosce l’esatto disegno del giardino rinascimentale. Quello attuale fu ridisegnato negli anni Trenta del Novecento dal conte Manfredi, ispirandosi al modello del giardino all’italiana, con l’intento di creare un equilibrio tra la villa, la vegetazione e il paesaggio circostante. La Sforzesca rappresenta un esempio di “giardino-campagna”: lo spazio verde non si chiude intorno alla dimora, ma si estende idealmente nei campi, nei prati, nei vigneti e nei boschi. La villa rimane così parte integrante dell’azienda agricola e non un elemento separato dal territorio.
Una villa nella quale il nobile non rimaneva ozioso. La caratteristica distintiva della Sforzesca è forse proprio questa fusione tra rappresentanza aristocratica e attività produttiva. Il proprietario della villa si dedicava alla caccia, alle passeggiate nel giardino e all’accoglienza degli ospiti, ma dalla residenza dirigeva anche l’amministrazione dei terreni e le attività agricole. La villa non rappresentava un semplice luogo di villeggiatura per sfuggire al caldo cittadino, bensì il fulcro di un’azienda attiva e complessa. A nord-ovest della villa si conservano ancora diversi edifici di servizio: l’antica casa colonica, la stalla con il fienile sovrastante, un silos e un piccolo fabbricato destinato a pollaio, forno e legnaia. Nella vecchia stalla a tre navate, attualmente adibita al ricovero degli attrezzi, sono conservati anche due antichi calessi risalenti ai primi anni del Novecento. Un lungo edificio situato a est della villa, visibile nelle mappe ottocentesche, fu demolito nel primo Novecento dopo essere stato quasi completamente distrutto da un incendio.
Secondo lo studio, la Sforzesca rappresenta la più antica testimonianza conservata nel territorio piacentino di un’architettura concepita come residenza di caccia. Il suo valore non risiede esclusivamente nell’edificio, ma nell’insieme costituito dalla villa, dal giardino, dalle case rurali, dalle acque, dai boschi e dai terreni agricoli. Essa costituisce la testimonianza tangibile di una concezione rinascimentale della vita in campagna, nella quale il piacere della villeggiatura si accompagnava alla gestione economica dei possedimenti. Ancora oggi, percorrendo la strada che da San Protaso conduce verso Sant’Antonio Vecchio, è possibile riconoscere molti degli elementi descritti nei documenti di tre secoli fa: i dolci declivi, i vigneti, i prati, il grande bosco e le strade che collegavano la tenuta al resto della Val d’Arda. La Sforzesca non è quindi semplicemente una villa antica. Essa rappresenta un paesaggio storico ancora leggibile, nato dall’incontro tra il potere degli Sforza, la cultura della villa rinascimentale e il lavoro quotidiano di generazioni di agricoltori. (contributo di Paolo Morlacchini).
Una villa nella quale il nobile non rimaneva ozioso. La caratteristica distintiva della Sforzesca è forse proprio questa fusione tra rappresentanza aristocratica e attività produttiva. Il proprietario della villa si dedicava alla caccia, alle passeggiate nel giardino e all’accoglienza degli ospiti, ma dalla residenza dirigeva anche l’amministrazione dei terreni e le attività agricole. La villa non rappresentava un semplice luogo di villeggiatura per sfuggire al caldo cittadino, bensì il fulcro di un’azienda attiva e complessa. A nord-ovest della villa si conservano ancora diversi edifici di servizio: l’antica casa colonica, la stalla con il fienile sovrastante, un silos e un piccolo fabbricato destinato a pollaio, forno e legnaia. Nella vecchia stalla a tre navate, attualmente adibita al ricovero degli attrezzi, sono conservati anche due antichi calessi risalenti ai primi anni del Novecento. Un lungo edificio situato a est della villa, visibile nelle mappe ottocentesche, fu demolito nel primo Novecento dopo essere stato quasi completamente distrutto da un incendio.
Secondo lo studio, la Sforzesca rappresenta la più antica testimonianza conservata nel territorio piacentino di un’architettura concepita come residenza di caccia. Il suo valore non risiede esclusivamente nell’edificio, ma nell’insieme costituito dalla villa, dal giardino, dalle case rurali, dalle acque, dai boschi e dai terreni agricoli. Essa costituisce la testimonianza tangibile di una concezione rinascimentale della vita in campagna, nella quale il piacere della villeggiatura si accompagnava alla gestione economica dei possedimenti. Ancora oggi, percorrendo la strada che da San Protaso conduce verso Sant’Antonio Vecchio, è possibile riconoscere molti degli elementi descritti nei documenti di tre secoli fa: i dolci declivi, i vigneti, i prati, il grande bosco e le strade che collegavano la tenuta al resto della Val d’Arda. La Sforzesca non è quindi semplicemente una villa antica. Essa rappresenta un paesaggio storico ancora leggibile, nato dall’incontro tra il potere degli Sforza, la cultura della villa rinascimentale e il lavoro quotidiano di generazioni di agricoltori. (contributo di Paolo Morlacchini).
